Texts

Nadia Kaabi-Linke
by Iftikhar Dadi, 2012

Quiet Gestures, Transformative Acts
by Falko Schmieder, 2010

On the Track of History
by Falko Schmieder, 2010

"…attenzione alla superficie"
by Martina Corgnati, 2010

Quand l'art défait les murs
by Patrick Vauday, 2010

L'épreuve du dehors
by Rachida Triki, 2009

Archeology of the
Visual "Contemporaneity"

by TKL, 2009

Two Paintings and a Book
by TKL, 2008




PDF

“…attenzione alla superficie”

Il secolo concluso da poco ha dimostrato che una delle pratiche più innovative, sperimentali produttive e aperte che in parte coincidono con il modernismo e in parte invece lo superano in direzioni diverse e più problematiche, in arte consiste nell’attenzione alla superficie.

Un’attenzione dalla morfologia altamente variabile ed esplicata secondo forme straordinariamente diverse fra loro, tanto quanto possono essere i bronzi specchianti di Brancusi e le Marylin serigrafate di Warhol; ma che tuttavia condividono una fondamentale pre-condizione conoscitiva e operativa: l’idea, appunto, che sotto non ci sia niente o che, se anche ci fosse qualcosa, non valesse la pena di occuparsene.

Questo profondo e quasi inevitabile hic et nunc della superficie, questo conferimento di uno speciale valore relazionale e significativo all’epidermide a discapito di quella che una volta si riteneva essere l’essenza interna delle cose, ben chiusa e protetta e invisibile come il tuorlo nel suo guscio, caratterizza anche il lavoro di Nadia Kaabi-Linke, un’artista nata in Tunisia ma più che mai partecipe e coinvolta nella complicata condizione nomadica che caratterizza i nostri anni e che emerge con particolare acutezza nelle sfere della cultura e dell’arte.

Nata in Tunisia, si diceva, ma figlia di madre russa, cresciuta in paesi diversi come l’Ucraina, la Tunisia, la Francia e la Germania (attualmente vive a Berlino), Nadia Kaabi-Linke è portatrice sin dall’eredità genetica oltre che naturalmente linguistica e culturale, di un’identità complessa, nomade, anzi oscillante. Le forme del mondo si sono dispiegate dinnanzi ai suoi occhi nei termini di un’orizzontalità vertiginosa in cui è difficile se non impossibile rintracciare un senso, un ordine di apparizione e di importanza, insomma un punto di vista unitario e coerente, cioè capace di organizzare tutta quella dispersa e disomogenea varietà di fenomeni e di apparenze che costituiscono e hanno costituito il suo mondo e la sua esperienza. Bisogna dire però che, in tutto questo e nonostante tutto questo, Nadia Kaabi-Linke un punto di vista l’ha scelto o perlomeno ha provato a individuare qualcosa cui dare un rilievo maggiore che ad altro: il punto di vista della marginalità, del sud, se si vuole, rivolto al nord, del mondo arabo rivolto all’Europa e talvolta, in termini meno precisi, del debole rispetto al forte, del migrante rispetto allo stanziale, della clandestinità rispetto alla regolarità.

Con questo corredo sulle spalle, corredo che è volontà di orientamento e di sguardo, Nadia Kaabi-Linke si è disposta una decina di anni fa a incontrare il mondo da artista, cioè con lo spirito del ricercatore e dell’organizzatore di forme e di senso. E ha incontrato, innanzitutto, le superfici del mondo. Epidermidi sporche, percorse, solcate e cariche di tracce abbandonate.

Il suo lavoro, che personalmente ho visto per la prima volta alla galleria El Marsa di Tunisi tre anni fa, si è concentrato dapprincipio e per la maggior parte in una collezione di frammenti di intonaco, muri, pareti slabbrate e depositarie di messaggi illeggibili o parziali o spezzati. Non c’è possibile integrità nel trascorrere ma solo residui, precipitati, sopravvivenze più resistenti di altre.

I lavori di Nadia Kaabi-Linke si presentano quindi effettivamente come “quadri” (ha senso usare questa parola ?) come pezzi disgregati di un continuum che fu, forse, altrove. Superfici dall’aspetto astratto che, con Greenberg, si potrebbe anche decidere di trovare gradevoli dal punto di vista estetico.

Ma in questo lavoro più che mai si gioca un’altra volta il dissenso Greenberg – Rosenberg: è il risultato formale, l’oggetto nella sua autonomia visiva ed estetica o il processo (l’intenzione, se si preferisce) che conta ? personalmente ritengo entrambi. Conta moltissimo il processo, che consiste nel senso primo e basilare di questa topografia spontanea, di questa ricerca condotta pazientemente su città tanto diverse come Tunisi e Berlino. Conta perché l’artista non si comporta come una autonoma “produttrice” di forme ma piuttosto come una cacciatrice, una ricercatrice di ready mades linguistici e, per così dire, materiali (ciò che il tempo fa accadere al muro, alla superficie); e quindi è dei criteri, della griglia che determina e permette questo ricercare, che dobbiamo occuparci.

Al tempo stesso, però, conta moltissimo l’estetica e la varietà dei risultati formali. Non a caso, quando qualcosa attrae la sua attenzione, Nadia Kaabi-Linke interpone immediatamente fra sé e l’oggetto del suo interesse un foglio, un calco, e “raccoglie” dolcemente la superficie che ha scelto col frottage.

Quindi procediamo da: sguardo, incontro, scelta, messa a fuoco, “taglio” (è il cutting di Deleuze-Guattari che interrompe i flussi e fissa, definisce il limite, il contorno, quindi il dato concreto dall’indistinto di una processualità ininterrotta) e prelievo – discorso indiretto in cui l’interpretazione, la personalità artistica, l’arbitrio creativo restano indietro a favore, duchampianamente dell’intenzione, del contatto, della relazione e, in una parola, del pensiero dell’artista.

Frottage, si diceva: vecchio quanto il mondo (tutti i bambini lo fanno per scacciare la noia, la paura, per distrarre il proprio impulso motorio, per interpretare pezzetti sparsi di mondo) ma amato e teorizzato dai surrealisti, che lo consideravano un complice perfetto dell’automatismo psichico, esso sta alla pittura come il calco sta alla scultura, specie di filtro dalla consistenza impersonale, o generica, che consente di conferire alla materia in sé, o sostrato o ready made, una certa autonomia propria del fenomeno estetico. Ed è quello che vuole l’artista: mettersi in gioco, investire la sua mano, il suo sguardo ma senza sopraffare l’esistente; scegliere ma non fare, ricalcando in questo le orme di Duchamp. Allora, il risultato sono toccanti, sensibilissime indistinzioni, corrugamenti, che potrebbero perfino essere scambiati per tardivi e qualititativamente alti residuati di un sorpassato informale non fosse per quei segni, parole o lettere arabe o latine, che affiorano e che sono state raccolte dal frottage, con la stessa delicatezza con cui altri potrebbero raccogliere un fiore di campo. Segni, simboli, ricordi, messaggi, che in qualche caso (per esempio nella grande installazione Don’t drop it presentata alla Biennale di Alessandria), si organizzano in frasi e significazioni complesse, connotate, a volte, da superstizioni ed elementi religiosi; scongiuri e scaramanzie rivolte contro chi, per esempio, minaccia di occupare prepotentemente lo spazio pubblico con la propria spazzatura o ingombri vari. Parole, dunque, esibite in difesa del vuoto, argini sollevati contro l’eccesso che incombe.

Il progetto esplorativo, conoscitivo delle forme e dei significati di cui la città, ogni singolare e specifica città è portatrice, passa esattamente dalla raccolta di frammenti superficiali: scongiuri, maledizioni e pezzetti di tradizioni popolari si combinano, a Tunisi, con il proposito di dissuadere i maleducati passanti dal buttare i loro resti davanti alla porta di casa (resto contro resto, dunque, sopravvivenza contro degrado, passato contro post-moderno, incontri forse disarmonici ma efficaci e necessari).

A Berlino invece, dove la notoria disciplina tedesca rende superflua la necessità di auto-comunicazione, o auto-difesa, la superficie riprende altro: le scorie bruciate di una grande parete, allestite in senso monumentale, come un polittico, in modo da riportare l’immaginario dell’osservatore al ”muro per antonomasia”, che ha diviso Berlino per decenni; graffiti; linee mosse e ondulazioni inspiegabilmente chiamate Call Center (ma raccolte, forse, proprio in un luogo del genere), oppure Border Line tutto graffi superficiali, ma rigidamente attraversato da una retta incisiva che divide nettamente un’area periferica, più piccola e più scura, da un intorno, più ampio e più chiaro. Ammesso che quello sia il confine, chi, che cosa sarà dentro e che cosa sarà fuori ? poche parole a Berlino, si parla poco. Piuttosto segni, tracce, volute, decorazioni e direzioni dello spazio bidimensionale. Il “testo”, l’antropologia che affiora è completamente diversa. Nadia Kaabi-Linke dichiara di non voler fare critica sociale o politica esplicita, ma di limitarsi a osservare e raccogliere. In questo, il suo proposito è radicalmente diverso anzi opposto a quello dei graffitisti che intervengono con messaggi nuovi, loro propri, personali; con provocazioni, interventi, forzature dell’esistente. Nulla di personale invece in questo sguardo che si applica al sud e al nord e che nel suo semplice porsi trova implicitamente uno strumento di confronto e di misura comune.

Più esplicitamente critico risulta invece il recente progetto Parkverbot (Looted Art), un’installazione di panchine finemente ricoperte da quegli spilli sottili utilizzati nei giardini pubblici per impedire ai piccioni di posarsi. Superficie, anche in questo caso, che diventa però funzione o meglio testimonianza di una funzione negata, impedita: quella di essere spazio sociale fruibile tanto agli umani quanto ai piccioni, intesi dall’artista come colombe, uccelli sacri nella Bibbia e nel Corano.

Il piccione che inquina e trasmette malattie diventa qui il rappresentante del cittadino debole, sgradito, cui l’istituzione cerca in ogni maniera di togliere spazio vitale ed esistenziale, trasformando un luogo di sosta e di refrigerio urbano in una specie di strumento di tortura, paradosso da fachiro. Chi ha ragione ? l’invadente e prolifico pennuto, abitante degli interstizi e delle pieghe urbane o le istituzioni comunali, gli uffici di igiene, i regolamenti di condominio ? Nadia Kaabi-Linke è favorevole a una concezione della cittadinanza promiscua e allargata, diffusa e interspecifica, dagli spazi e le possibilità condivise. Irregolare, magari, e degradata. Sporca, magari (come sono inevitabilmente sporche le panchine su cui si posano i piccioni) ma spontanea. Intravedo una matrice situazionista in pensieri come questi, che avrebbero suscitato calde approvazioni nei rappresentanti del Comitato Psicogeografico di Londra. Ma, poi, non è già nei Testi tutto questo, i testi in cui l’artista cerca le affinità, le somiglianze e le ricorrenze piuttosto che le spezzettature, le contrapposizioni, le differenze ? questi testi, a suo parere, dovrebbero favorire la tolleranza e l’apertura. Invece quel che c’è sono questi spilli sottili e morbidi come fili di seta che ricoprono la superficie liscia e levigata trasformandola in un conturbante e peloso velluto inservibile, impraticabile.

Questo progetto, come la recente Fatima, ispirato alla nonna e alle superstizioni popolari arabo-islamiche, segnala, a mio parere, l’interesse dell’artista nei confronti delle tradizioni sacre islamiche e delle loro più eclatanti implicazioni contemporanee, come il massiccio e apparentemente irresistibile ritorno del velo; e, d’altra parte, della necessità di dare rappresentazione alla clandestinità, alla dimensione instabile, fragile e sfuggente del migrante senza diritti (la produzione sottile e quasi impercettibile di differenza è sempre stata al centro delle sue ricerche). Ora, le città europee del nord Europa saranno intolleranti verso i piccioni ma hanno sicuramente più esperienza in materia di diritti umani e della loro applicazione delle megalopoli a sud e a est, parola che però, non a caso, affiora in alcune opere dell’artista con un aura conturbante di lontananza, nostalgia, fascino. Ma, allora, dove bisogna andare ? quale casa si può trovare, da quale punto cardinale si può incominciare a guardare il mondo ? sud ed est sono parole o sono anche possibili mete, direzioni in cui addentrarsi, in fondo a cui tornare ? Forse Nadia Kaabi-Linke ha nostalgia dell’est, ha nostalgia del sud; la sua storia e il suo curriculum fanno di lei un’artista prevalentemente araba benché il suo matrimonio e la sua residenza la rendano tedesca. Ma forse questi sono ormai falsi problemi, dato che moltissimi non sono più veramente ancorati a qualcosa di stabile e riconoscibile e sono portatori, al tempo stesso, di più di una cosa. Forse è dalla percezione e dalla considerazione della distanza che bisogna partire per porsi in uno stato d’animo propizio all’osservazione e all’ascolto della parole, del destino e del vissuto individuale, in fondo l’unico reale. Magic carpets è un modo per dare consistenza a questo: tappeti gettati per terra, sui marciapiedi e sul selciato di Napoli, rievocano all’artista una dimensione familiare, aria di casa orientale, e al tempo stesso la dura realtà dell’abusivismo e della sopravvivenza clandestina, che ha bisogno di dimore leggerissime per poter raccogliere tempestivamente tutto e rendersi invisibile, eclissarsi, sparire nei vicoli della città.

La scrittura sensibile di Nadia Kaabi-Linke insegue queste figure estranee e familiari lungo i tracciati sinuosi e instabili dei loro percorsi quotidiani, sospesi sull’onda intrecciata del loro tappeto volante, e sull’arte duramente acquisita di arrangiarsi giorno per giorno. Anzi minuto per minuto.

Compassione vuol dire etimologicamente “sentire con forza insieme” ed è questo sentire che anima e ricompatta il suo inseguimento mentale e poetico. Più tardi, può darsi che arrivi anche l’opera ma anch’essa forse fragile, disarticolata e sfuggente, o, in altre parole, effimera.

Ma ci sono davvero altre possibilità per un fare artistico contemporaneo ?

Martina Corgnati

© Centro Culturale Teresa Orsola Bussa de Rossi